La voce quan­do finisce un amore

L’“esodo sen­za ritorno” (Emmanuel Lev­inas) cioè l’amore non può per­me­t­ter­si di essere ori­en­ta­to ver­so la fusione, la con-fusione e, tout court, il de-poten­zi­a­men­to, lo speg­n­i­men­to. Il silen­zio che deri­va da questi ulti­mi è oggi fin trop­po fre­quente per­ché il let­tore non ne riconosca pronta­mente le carat­ter­is­tiche. Quan­do un amore (di qual­si­asi tipo) finisce, almeno due sono le pos­si­bil­ità comu­nica­tive del dis-agio: la vocale e la sigeale. Se si reagisce apren­dosi, si adisce, spes­so, la logor­rea che cer­ca la gius­ti­fi­cazione, (si) doman­da il per­ché del­l’er­rore, del­la scon­fit­ta, del­la fine del rap­por­to (sia esso l’am­i­cale, l’amoroso, il lavo­ra­ti­vo etc). Se si reagisce chi­u­den­dosi, ci si immerge in un pro­fon­do silen­zio scuro in cui i pen­sieri giun­gono a frotte e insieme, con seg­ni e sin­to­mi (per esem­pio, vam­pate di calore) che tur­bano la veg­lia e il son­no. L’abbandonato/a ha una voce o/e un silen­zio che già ori­en­tano chi e vici­no a com­pren­dere che si trat­ta, in effet­ti, pro­prio di voce/silenzio da abban­dono: la Fre­quen­za fon­da­men­tale media si abbas­sa, appare una carat­ter­is­ti­ca sof­fiatu­ra che sovente si alter­na alla graf­fiatu­ra, la voce si fa asteni­ca e insta­bile, ele­men­to questo tra i più evi­den­ti di per­tur­bazione. Il silen­zio, per con­tro, si fa inter­minabile, si asso­cia, incon­trol­lata­mente, a gesti stereoti­pati, a insuf­fi­cien­za pos­tu­rale orto­sta­t­i­ca ma anche a insta­bil­ità ges­tuale e fac­ciale (mim­ica). In genere, sia nel caso delle reazioni psi­co­so­m­a­tiz­zate sul­la voce sia in quelle sul silen­zio, con il pas­sar del tem­po è anco­ra silen­zio ma di altro tipo ciò che vien fuori: il tacere di accettazione che indi­ca la fine del peri­o­do del lut­to psi­cofisi­co.

La voce quan­do finisce un amore. Estrat­to da: Alfon­so Gian­lu­ca Guc­cia­r­do, Silen­zio e Voce, Qanat, Paler­mo 2016, 77 (modif.)