Curiamo la voce o le persone?

Medicina della voce, fonopedia, psicologia, sessuologia devono camminare a braccetto e questo dovrebbe necessariamente avvenire (contestualmente) in teoria in un’unica persona: quella del clinico.

Non si sta, però, affermando che questi – se il suo ambito di ricerca e di clinica è il fonopedico – debba acquisire obbligatoriamente (ammesso che sia possibile “sceglierlo”) conoscenze e competenze per usare gli occhi, le orecchie e le mani a fine di discernimento profondo, ciò che, nell’ordinario, significa ‘comprensione del verum jatrotropico’

(omosessualità egodistonica, abuso pedofilico “irrisolto”, senso di colpa, non cognizione delle proprie vie di fuga, idee castranti, nevrosi ossessivo-compulsivo-fobiche etc).

Tali competenze e capacita sono, infatti, un dono e una facoltà fine che non tutti riescono a farsi e che rende unici soltanto alcuni fonopedisti anche se sarebbe auspicabile l’avessero in tanti.

Il clinico della voce come un confessore, uno psicologo, un assistente sociale, un “igienista della comunicazione”?

Il primato della parola, della logoterapia (nome con semantica differente rispetto a logopedia) non dovrebbe essere messo in discussione in Medicina (dell’Arte), anche a costo di drop-outs da parte del paziente. Bisogna, però, aver chiaro che per creare/mantenere empatia in fonopedia/logopedia il vero strumento del clinico è rappresentato dall’unione di mani, orecchie, cuore, cervello e voce.

In parte si, se veramente vuole occuparsi della persona la cui voce/arte si è alterata per dirci forse qualcosa: surmenage cercato, malmenage suicidiario, voglia di esprimersi attraverso la foné per non aprirsi alla narrazione verbale. Il vocotipico e il siopico sono segnali potenti che tutti i clinici dovrebbero imparare a discernere molto più che il semantico fonotipico. Curiamo la voce o le persone?

Estratto da: Alfonso Gianluca Gucciardo, Trattare Voci e Persone, Qanat, Palermo 2019, 24-25 (modif.)